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Vini dolci siciliani

Vinos dulces sicilianos

Maria Gabriella Barbagallo
Dipartimento di Colture Arboree
Università di Palermo, Italia
mgbarbag@unipa.it

Storia

In Sicilia, dagli scritti giunti ai nostri giorni, la coltivazione della vite e le tecniche di vinificazione sembrano siano state introdotte dai primi coloni greci. Diverse sono le testimonianze (Aristotele, Ippi di Reggio, storico del V A.C., Archestrato di Gela, poeta e gastronomo del IV A.C. e soprattutto Diodoro Siculo) che dimostrarono che, nell’antichità, nella zona di Siracusa si otteneva un vino denominato il Pollios in onore di Pollis di Agro, mitico tiranno, che lo aveva diffuso in Sicilia (VIII-VII sec. a.C.). Questo vino derivava dal vitigno di nome Byblia originario dall’area orientale del Mediterraneo (dai monti Biblini, in Tracia). Da questo vino sembra originare il Moscato di Siracusa, come ritiene lo storiografo ed enologo Saverio Landolina Nava (1743-1814) facendo riferimento ad un frammento di Zenobio del I secolo D.C., e da questa testimonianza sembrerebbe di potere classificare questo vino come il più antico d’Italia. Anche se questa ipotesi è smentita da un lavoro di Scienza et. al. 1999.

Anche le origini del vino Malvasia di Lipari sembrano ricondotte alla colonizzazione greca in Sicilia e quindi nelle isole Eolie così come riportato da Diodoro. Questo vino, complesso e concentrato, era ed è conosciuto come un vino tra i più aromatici ed antichi della Sicilia. La sua produzione in quell’epoca aumentò costantemente fino a raggiungere probabilmente 10.000 hL. Nell’opera “La vita errante” il romanziere francese Guy de Maupassant(1850-1893) così descrive il vino Malvasia delle Lipari: "Sembra sciroppo di zolfo”, denso, zuccherato, dorato e con sapore di zolfo e per queste caratteristiche sembra il “vino del diavolo".

Secondo Stradone e Ateneo, dall’epoca tardo repubblicana per tutta l’età imperiale, il Mamertino vino dolce e leggero, prodotto nel nord-est della Sicilia, veniva apprezzato da molti ed in particolare da Giulio Cesare e veniva esportato a Roma ed in Africa. Nel medioevo, attorno al 1600, la Malvasia delle Lipari, per il suo aroma e il sapore dolce, viene paragonato, ai vini prodotti con uve Moscato. Nel 1596 Andrea Bacci lo descrisse come un vino "sincero" raffrontandolo al più noto Mamertino.

Plinio il Vecchio, invece, decantava un vino dolce prodotto nelle vicinanze dell’attuale cittadina di Castel di Tusa (anticamente Halaesa) dove nel II sec. A. C. si foggiavano monete bronzee con simboli riguardanti la viticoltura. Scarse sono le notizie giunte ad oggi del vino Inykinos, dolce e buonissimo secondo Fozio, proveniente dalla città sicanadi Inykos (forse nella Valle del Belice). Dopo la caduta dell’Impero Romano, la coltivazione della vite e la produzione di vino si ridussero drasticamente anche a causa delle diverse e continue dominazioni che la Sicilia ha subito.

Alla dominazione araba si deve l’introduzione del Moscato di Alessandria nell’isola di Pantelleria, ed ancora il vitigno viene chiamato con il nome Zibibbo dall’arabo “Zibib” (Cap Zebib in Tunisia). Gli arabi rimasero nell’isola, dall’853 al 1123 d.C., ed introdussero la tecnica di coltivazione della vite ma anche la tecnica di appassimento dell’uva che si è tramandata fino ai nostri giorni. Il Cupani riferisce nel 1696 la presenza dello Zibibbo nei vigneti siciliani ed in particolare a Misilmeri nella provincia di Palermo e questa testimonianza sembra l’unica sicura della presenza in Sicilia di questo vitigno.

Invece, a partire dal ‘400 ma soprattutto dalla fine del ‘700 sorse in Sicilia una grande industria enologica che produceva il famoso, ancora oggi, vino Marsala. Questo vino nasce nel 1773, quando John Woodhouse - commerciante di Liverpool, approdò nel porto di Marsala con il suo brigantino Elizabeth per trovare riparo da una tempesta di scirocco e, durante questa sosta, assaggiò insieme al suo equipaggio il vino locale forte e robusto, che fu peraltro molto gradito. Woodhouse, spedì il vino in 50 botti (412 litri ognuna) in Inghilterra però aggiungendo a ciascuna dell’acquavite da vino per non rovinarlo durante il tragitto in nave. Il Marsala ebbe un successo strepitoso e da quel momento in poi la famiglia Woodhouse cominciò ad investire in Sicilia comprando vigneti e costruendo bagli e un grande stabilimento enologico. Da allora si cominciò a produrre vino Marsala e iniziò il fervido commercio del vino verso l’Inghilterra e, alla fine del 18° secolo, si beveva su tutte le navi di Sua Maestà britannica. Dopo i Woodhouse arrivarono a Marsala altri inglesi ma il più noto fu nel 1812, Benjamin Ingham, un uomo di affari; anche lui fondò uno stabilimento enologico accanto a quello dei Woodhouse e divenne nel 1851 l’uomo più ricco della Sicilia. Nel 1884 gli succedette il nipote Joseph Whitaker, che contribuì ad aumentare il commercio dell’oramai famoso vino Marsala.

Nel 1832 Vincenzo Florio e il figlio Ignazio, si trasferirono in Sicilia, a fare concorrenza alle due industrie britanniche, diventando così parte attiva della borghesia siciliana. La flotta Florio inviava vino Marsala in tutto il mondo. Infine nel 1860 quando Garibaldi e i suoi Mille sbarcarono e conquistarono la Sicilia, festeggiarono, bevendo e brindando con vino Marsala; rimane, inoltre, storico il brindisi tra Dumas e Garibaldi. Fin da allora il vino Marsala divenne uno dei più famosi dell'enologia italiana.

Malvasia delle Lipari

L’origine del termine “Malvasia delle Lipari” deriva da una leggenda cristiana all’epoca della dominazione musulmana che racconta di un contadino che portava un’anfora colma di moscato e per nasconderla al governatore arabo, che aveva incontrato nel suo cammino e gli chiedeva cosa contenesse l’anfora, questo ripose: “succo di malva” e supplicò Dio perché trasformasse il vino in malva. Il contadino fu esaudito infatti il governatore quando bevve fece un’espressione di disgusto. Anche per il vino Malvasia delle Lipari nella seconda metà del settecento iniziò un periodo di fiorenti scambi e nella prima metà dell’ottocento la coltivazione della vite era molto estesa in tutta l’isola di Salina e le esportazioni di vino superarono i 3.000 hL l'anno con mercati di destinazione in tutto il mondo. Con la introduzione della fillossera i vigneti dell’isola di Salina furono distrutti e tale fatto determinò la emigrazione di gran parte della popolazione.

Dalla seconda metà del novecento, fu grazie alla storica Cantina Sperimentale di Milazzo, ai suoi Direttori (F. Paulsen, G. Nicosia e G. Barbara) e ad alcuni imprenditori dell’isola che si iniziò il recupero del vino Malvasia, l’impianto di nuovi vigneti e, nel 1958, la messa a punto della tecnica di produzione. Nel 1973 si ha l’istituzione del disciplinare di produzione per la Malvasia delle Lipari a DOC; e da allora la produzione di vino cominciò ad aumentare; nel 2004, questa è arrivata a circa 450 ettolitri per una superficie di 30 ettari; inoltre, in questi ultimi anni la quantità di vino prodotta si è notevolmente incrementata per l'aumento della superficie vitata e per la presenza di nuovi produttori. Il vino Malvasia delle Lipari rimane comunque una produzione di nicchia realizzata grazie al lavoro di una sessantina di produttori, una dozzina di cantine e al lavoro del Consorzio di tutela della Malvasia delle Eolie DOC, consistente nel divulgare le tecniche innovative e migliorative delle produzione di uva e di vino e un'adeguata promozione. Il disciplinare prevede una resa massima di 90 qli per ettaro, in coltura specializzata, anche se quasi tutti i produttori hanno scelto di produrre una minore quantità di uva per ettaro.

L'impianto del vigneto, difficile per la morfologia del terreno, è realizzato a terrazze con i tipici muretti a secco. La forma di allevamento della vite a spalliera bassa con la potatura tipo Guyot; l’irrigazione nel vigneto è assente determinando stress severi sulla pianta durante il mese estivo. Nella seconda metà di settembre o inizi ottobre si vendemmia l'uva Malvasia che deve raggiungere alte gradazioni zuccherine (28-30°Brix).

Il grappolo della Malvasia è mediamente spargolo; acino sferoidale, buccia sottile, giallo dorato; sapore aromatico. L’aromaticità è dovuta alla presenza sia nelle bucce che nel succo degli stessi terpeni tipici dei Moscati.

La Malvasia della Lipari, di cui esistono tre tipologie, una da pasto e due da fine pasto, è annoverata tra i più antichi e pregiati vini di Sicilia. Il vitigno previsto è "Malvasia delle Lipari", 95%, con un piccolo 5% di uve "Corinto nero".

Malvasia delle Lipari (ottenuta con uve fresche, il sapore è dolce e aromatico e la gradazione minima è di 11,5 gradi), Malvasia delle Lipari passito (titolo alcolometrico18% ed un residuo zuccherino non inferiore al 6% con 9 mesi di affinamento); Malvasia delle Lipari liquoroso (titolo alcolometrico 20% di cui almeno 16 svolti, e un residuo zuccherino non inferiore al 6%con 6 mesi di affinamento). La Malvasia è il frutto di una tecnica che si ripete pressoché‚ immutata da secoli. Il metodo di produzione del Malvasia delle Lipari DOC nella versione da pasto segue il processo di vinificazione in bianco. A differenza di una normale vinificazione in bianco viene però aggiunto un quantitativo variabile di zucchero al fine di garantire una maggiore dolcezza al prodotto finale. La metodologia produttiva della variante Passito prevede una vinificazione delle uve appassite, in tutto o in parte o sulla pianta (vendemmia tardiva) o, dopo la raccolta, si procede anche a un parziale appassimento delle uve per 10-15 giorni, su cannicci (graticci) composti da listerelle di canne, al sole o in locali idonei. Per la produzione di tutte le tipologie di vini passiti e liquorosi è fondamentale la diraspatura. Le uve sono quindi pigiate in maniera soffice ed effettuando possibilmente una macerazione con le bucce; il mosto ottenuto, è sottoposto a parziale fermentazione alcolica, che si arresta naturalmente quando si arriva ad un’alta gradazione alcolica. Il vino è, quindi, stabilizzato ed imbottigliato. Per il liquoroso si prevede l’aggiunta di alcol e/o acquavite di vino. Questo vino si affina per 6 mesi in bottiglia.

Moscato di Siracusa

Anche se in passato è stato un vino di importante prestigio la produzione già ai primi del 1900 era di modeste entità anche se il vino fu insignito di un premio all'Esposizione di Parigi. Dal 1983 nell'albo dei vigneti a DOC risulta iscritto solo mezzo ettaro di un'unica azienda, ma non è registrata alcuna produzione negli ultimi tre anni. La zona di produzione interessa l'intero territorio del comune di Siracusa. Il vitigno utilizzato è il Moscato bianco (denominato localmente Moscato giallo o Moscatello giallo). La resa massima per ha è di 75 q.li. Il vino deve avere una gradazione alcolica minima di 16,5%, di cui almeno il 14% svolto ed un minimo da svolgere del 2,5%. Le caratteristiche organolettiche del vino sono: colore giallo oro vecchio con riflessi ambracei; profumo delicato e caratteristico; sapore dolce, vellutato, gradevole.

Moscato di Noto

Il Moscato di Noto è nato poco più di mezzo secolo fa nella Cantina Sperimentale di Noto, che ha messo a punto la tecnica di produzione allo scopo di essere alternativo e migliorativo del più antico vino Moscato di Siracusa. In realtà già un vino dolce a base di Moscato era presente nella zona di Noto. Alla I° Mostra-Mercato dei vini tipici italiani del 1933 fu presentato solo il Moscato di Noto e non quello di Siracusa.

Questo vino si produce nella parte orientale della Sicilia e precisamente nei comuni di Noto, Rosolini, Pachino e Avola in provincia di Siracusa.
Questo vino è annoverato tra i “Vini Fantasma” da Pastena ed è prodotto da uve Moscato Bianco (denominato localmente Moscato giallo o Moscatella) al 100%. Il Moscatello Vrancu è descritto dal botanico Francesco Cupani nel XVIII secolo nel Panphyton siculum.

Il riconoscimento della DOC risale al 1974 (GU n. 199/74) e il Moscato di Noto, insieme e quello di Siracusa, rientra nel Consorzio tutela vini del Siracusano. Nel 1993, si sono prodotti 1.100 hL, negli anni successivi, tuttavia, il Moscato di Noto ha registrato una severa diminuzione delle quantità ottenute e nel 2001 si è raggiunto il valore minino, 153 hL. Nel 2003 stati prodotti 539 hL e nel 2004 490 hL. Le superfici di riferimento delle denunce vanno da 5 ha nel 2000 ed arrivano a 25 nel 2002 ed oscillano tra 17 ha nel 2003 e 24 ha nel 2004.

La resa massima per ha è 125 qli, con una resa massima di uva in vino del 65%. La gradazione alcolica minima per la tipologia naturale deve essere dell’11,5%, di cui almeno l'8% svolto. Caratteristiche organolettiche prevedono un colore dal giallo dorato più o meno intenso all'ambrato; un profumo caratteristico e fragrante di Moscato e un sapore dolce e un aroma floreale e vegetale di salvia.

Nella tipologia Liquoroso, la gradazione minima deve essere 22°, l’affinamento, obbligatorio, è di cinque mesi a partire da quando è stato alcolizzato. In questa tipologia, le uve sovramature si fanno fermentare fino a 7-8 gradi alcolici e 70-100g/l di zuccheri residui, quindi si aggiunge alcool per portare quello svolto a 16% in volume. E’ prevista anche la tipologia Spumante.

Moscato e Passito di Pantelleria

La coltivazione della vite a Pantelleria è molto ridimensionata rispetto al passato; le superfici sono passate da circa 3085 ettari nel 1906 a 5200 ha nel 1925 a circa 550-600 ha di oggi. La produzione tuttavia in questi ultimo decennio è aumentata passando da 2.536 ettolitri nel 1990 a 10.398 hL nel 2003. I produttori iscritti alla DOC sono 364 al 2001.

Il vigneto è attualmente coltivato su appezzamenti o terrazze delimitate da muri a secco in pietra lavica, importanti per recuperare zone in forte pendenza. La vite è allevata ad alberello basso in una conca, presenta 6 - 8 branche con potatura corta (speroni) che si sviluppano orizzontalmente intorno al ceppo così come i germogli; i grappoli si trovano spesso a contatto con il suolo ed, a volte, sono fortemente colpiti da Botrytis in annate particolarmente umide. La ventilazione, frequente nell’isola di Pantelleria, contribuisce alla sanità del prodotto ma può tuttavia determinare forti riduzioni della produzione di uva. Ancora si possono trovare piante franche di piede ma i vigneti furono quasi completamente distrutti dopo la introduzione della fillossera nel 1930. La ricostruzione avvenne con l’utilizzo dei portinnesti 775 P e 1103 P.

La denominazione di origine controllata viene riconosciuta nel 1971, ma nel 2000 con Decreto del 27 settembre ha subito modifiche. Quella più importante è stata quella di sostituire la vecchia DOC: “Moscato di Pantelleria Naturale” o “Moscato di Pantelleria” e “Moscato Passito di Pantelleria” o”Passito di Pantelleria” in “Moscato di Pantelleria” “Passito di Pantelleria” e “ Pantelleria”. Nella produzione del Moscato e del Passito di Pantelleria è fondamentale ai fini della qualità la tecnica dell’appassimento dell’uva Zibibbo o Moscato d’Alessandria.

Lo Zibibbo ha un grappolo spargolo con acini molto grossi di colore giallo dorato, polpa succosa di sapore aromatico, matura tra il 10 agosto ed il 20 settembre in relazione alla destinazione dell’uva e dalle aree di provenienza (ci sono anche 20-30 giorni di differenza tra la zona sud, quella nord e l’area interna dell’isola). Ottima sia come uva da tavola che da vino.

I grappoli che vengono per prima raccolti per l’appassimento, sono divisi in parti più piccole e sono stesi al sole (metà agosto) sopra stuoie, graticci o su stenditoi a rete sollevati da terra e, di notte, sono coperti con teloni in polietilene, in zone riparate da muri. Oggi più facilmente si usano i tunnel in struttura metallica e polietilene trasparente, apribili ai lati per far circolare l’aria. Ogni quattro giorni i “grappolini” vengono rivoltati per garantire un più rapido e omogeneo appassimento che dura da due settimane, dapprima arrivando alla fase detta “Passolata” dove diventa di colore dorato, a quattro settimane ottenendo la cosiddetta “Malaga”, dove la resa in peso si riduce dal 25 al 30% rispetto al peso del grappolo al momento del distacco dalla pianta. L’appassimento delle uve può avvenire anche in parte sulla pianta. In seguito le uve vengono spostate, per far posto alle altre uve fresche. Gli acini sono staccati a mano per eliminare il raspo che potrebbe trasmettere gusti indesiderati durante la fermentazione. La vendemmia, che avviene manualmente, continua per raccogliere le uve destinate alla vinificazione. Dopo la fase di pigia-diraspatura si effettuano una serie di operazioni che portano all’ottenimento del mosto pulito che viene convogliato in una altra vasca dove continua la fermentazione con l’aggiunta di uva passa (50-55 kg per 100 di mosto fresco). La fermentazione del mosto dura da poche settimane a due mesi ed avviene con le bucce che partecipano a determinare l’aroma, il tannino ed il colore. Dopo la svinatura il vino reso limpido e stabile, viene invecchiato in botti di rovere per un minimo di 6 mesi ad un massimo di 2/3 anni, dove subisce un cambiamento di colore, da giallo dorato ad uno ambrato più o meno carico. Dopo l’imbottigliamento il vino Passito si conserva per anni in bottiglia. Per produrre un litro del passito occorrono almeno quattro chili di uva, di cui due servono a produrre uva appassita.

Il Passito e il Moscato sono vini amabili; dall'aspetto denso e liquoroso, dal colore ambra in parte intenso, dal profumo di muschio e dal gusto caratteristico dello Zibibbo appassito: sono ottimi vini da dessert. Questo vino e' molto rinomato per la sua alta qualità e le tipologie sono diverse tra cui: “Moscato di Pantelleria" (titolo alcolometrico volumico totale minimo: 15% di cui almeno l'11% svolto; “Passito di Pantelleria" (titolo alcolometrico volumico totale minimo 20% di cui almeno il 14% svolto; il vino "Passito di Pantelleria" non può essere immesso al consumo prima del 1° luglio dell'anno successivo alla vendemmia); "Pantelleria" Moscato liquoroso (titolo alcolometrico volumico totale minimo: 21% di cui almeno il 15% svolto); "Pantelleria" Moscato dorato (titolo alcolometrico volumico totale minimo: 21,5% di cui almeno il 15,5% svolto); "Pantelleria" Passito liquoroso (titolo alcolometrico volumico totale minimo: 22% di cui almeno il 15% svolto. Il tipo “Pantelleria” Passito liquoroso non può essere immesso al consumo prima del 1febbraio dell’anno successivo alla vendemmia); "Pantelleria" Zibibbo dolce (titolo alcolometrico volumico totale minimo: 10% di cui ancora da svolgere non meno di un terzo degli zuccheri riduttori totali; pressione e CO2: fino a 1,7 bar).

Marsala

Il Marsala è un vino a Denominazione d'Origine Controllata (DOC), prodotto nella provincia di Trapani, con esclusione del comune di Alcamo e delle Isole minori (Pantelleria ed Egadi).
Il Consorzio Volontario per la Tutela del Vino Marsala nasce nel 1963 grazie ad alcuni lungimiranti imprenditori ed aveva come obiettivo il miglioramento del vino Marsala e si arriva alla DOC nel 1969. Una Legge specifica per il Marsala, la n. 851 del 28/11/1984 Nuova disciplina del vino Marsala, delimita la zona tipica entro la quale il Marsala può essere prodotto, invecchiato e imbottigliato. Oggi, il vino Marsala rientra tra i prodotti tipici tutelati dall'Unione Europea. Con Decreto del 13 febbraio 2003 il Ministero Politiche Agricole e Forestali approva il nuovo Statuto del Consorzio, svolgendo funzioni di tutela, di valorizzazione e assicurazione dello sviluppo della DOC Marsala.

Negli ultimi anni la produzione di vino base per Marsala è oscillata tra 80.000 e 110.000 hL. La produzione di vino DOC Marsala è variata da circa 40.000 hL a 80.000 hL. Circa il 30% del Marsala DOC è destinato ai mercati esteri (gli Stati Uniti, poi l'Inghilterra, alla Germania, la Francia, Giappone e Scandinavia).

Il Disciplinare di Produzione classifica il Marsala in base a tre elementi: colore, grado zuccherino, durata dell'invecchiamento e conseguente grado alcolico. Dalla combinazione di questi fattori nascono diverse tipologie di Marsala e, nell’ambito di queste, è, inoltre, importante precisare la differenza tra il Marsala Vergine e i Marsala cosiddetti "conciati", ovvero il Superiore ed il Fine. Questa differenziazione è connessa al processo produttivo: i Marsala "conciati" vengono aggiunti di alcool, mosto cotto (per caratterizzare aromi e colore del vino) e mistella o sifone (mosto d'uva tardiva cui viene bloccata la fermentazione con l'aggiunta di alcol per integrare la quantità di zuccheri e di aromi "terziari").

Il Marsala Vergine o Soleras proviene da uve a bacca bianca, con la sola aggiunta di alcool e/o di acquavite di vino. Il Marsala si ottiene partendo da una vinificazione in bianco a cui seguono tecniche enologiche mirate ad favorire i processi di ossidazione. Dopo questa fase il vino viene addizionato a secondo delle cantine di miscele a base di alcool e/o acquavite di vino per produrre il Marsala Vergine. Questa denominazione può essere utilizzata soltanto per i vini soggetti ad invecchiamento (metodo soleras) per almeno 5 anni in legno (10, per il Vergine Riserva o Stravecchio) e con un grado alcolico non inferiore al 18%.

I Marsala "conciati" si diversificano in rapporto a numerosi parametri. In relazione al colore, la cui tonalità ed intensità è determinata, oltre che dalle uve, dalla quantità di mosto cotto utilizzato si otterranno vini color: Oro (non aggiunti di mosto cotto); Ambra (con aggiunta di mosto cotto non inferiore all'1%); Rubino (non aggiunti di mosto cotto, piuttosto ottenuti da uve nere ed, eventualmente, bianche con il limite massimo del 30%). Un altro criterio di classificazione è il sapore, determinato dalla quantità di zuccheri presenti, è alla base della distinzione fra Marsala: Secco, con zuccheri inferiori a 40 grammi/litro; Semisecco, con zuccheri superiori a 40 grammi/litro, ma inferiori a 100 grammi/litro; Dolce, con zuccheri superiori a 100 grammi/litro. Infine, in relazione alla durata dell'invecchiamento, il Marsala si chiamerà: Fine, con un affinamento non inferiore ad un anno, di cui i primi quattro mesi non necessariamente in legno, e alcool superiore al 17%; Superiore, con un periodo di affinamento in legno non inferiore a 2 anni e grado alcolico superiore al 18%; Superiore Riserva, con periodo di affinamento in legno non inferiore a 4 anni.

Le varietà a bacca bianca consentite dal Disciplinare sono, il Grillo, il Catarratto, l'Insolia e il Damaschino; mentre le varietà a bacca nera sono il Pignatello, il Nero d'Avola e il Nerello Mascalese, cui possono concorrere per un massimo del 30% i vitigni bianchi sopra elencati. Le forme di allevamento tipiche per la produzione di Marsala sono la spalliera bassa e l’alberello. La prima, generalmente, è costituita da pali di cemento o in ferro zincato con uno o due fili oltre quello portante, con vegetazione libera che viene, dopo l’allegagione “impupata”, e/o cimata. La potatura è tipicamente quella a Guyot. I sesti d’impianto sono di norma 2,5 m x 1,5 m. La seconda, l’alberello, è quella tipica per la produzione di Marsala, ma le superfici stanno sempre più diminuendo lasciando posto alla controspalliera. L’alberello marsalese è costituito da 3-4 branche, in una viene lasciato un capo a frutto e nelle altre gli speroni. I vigneti possono essere irrigati. La raccolta inizia nelle zone costiere nella prima decade di settembre e ma si protrae per tutto il mese di settembre. La resa massima di uve ammessa per la produzione del vino "Marsala" non deve superare i 100 quintali per ettaro per i vitigni a bacca bianca ed i 90 quintali per ettaro per i vitigni a bacca nera.

La quantità di vini dolci è circa il 64% della quantità totale dei vini a DOC ottenuti in Sicilia, ma considerato che questi ultimi rappresentano soltanto il 3% della produzione vinicola siciliana (anno 2003), questa tipologia di vini è considerata un prodotto di nicchia, ma di grande valore storico, culturale ed economico.

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[27.07.06]
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